Avevo trascorso il pomeriggio domenicale con Cecilia, mia nonna materna.
Mi piaceva stare con lei perché mi faceva fare delle cose da grande tipo mangiare in salotto con la tv accesa, e bere il caffè.
A mio padre piaceva meno, ci teneva alle abitudini sane. Infatti aveva predisposto che alle cinque al massimo io fossi riaccompagnata a casa.
Ed era a casa che stavo andando quel 23 novembre.
Faceva freddo. Mia nonna aveva già indossato il cappotto, mi stava legando un foulard sulla testa, un foulard blu con le fragole rosse.
Cominciai a sentire come un lamento. Una specie di vento, un suono cupo, un suono quasi ancestrale. I vetri cominciarono a tintinnare. Prima piano piano poi fortissimo.
E’ babbo Natale, mi disse mia nonna affatto allarmata.
Poi dal corridoio arrivò l’urlo di mio nonno: Ceci’ il terremotooooo!!
Cecilia mi abbandonò, un attacco di panico la spinse sul pianerottolo. Bussava a tutte le porte urlando. Io ero in balia di me stessa tra tanti adulti giganteschi che correvano giù per le scale. Mi girai a guardai verso la casa: dalla porta spalancata vidi il cassettone che vagava nell’ingresso e il lampadario che si sgretolava urtando contro il soffitto.
Fui tratta in salvo dallo zio Fernando che era venuto a prendermi. Mi agguantò sotto il suo braccio. Scendeva le rampe di scale a quattro a quattro ed io in quella posizione con la faccia a pochi centimetri da terra vedevo i gradini lesionarsi sotto i suoi piedi.
Una volta in macchina nel silenzio sentii il rantolo del cancello di ferro che cigolava.
Il traffico era naturalmente congestionato ma questo non impedì ai miei di scovarmi in quel tappeto di macchine. Mamma mi tirò fuori dal finestrino semiaperto, che male. Ricordo il suo sguardo quando mi vide viva. Mi tirò fuori e mi strinse da farmi male.
Dormimmo in macchina nel campetto sportivo del Vomero sotto un lampione non so per quante notti, non mi ricordo.
Mi ricordo però che poi rientrammo in casa e la notte ci fu un’altra scossa. Mi svegliò mio padre con dolcezza ma intuii che era terrorizzato dal suo odore e dal fatto che si accaniva nell’infilarmi le scarpette che opponevano resistenza perché piene dei calzini che ci avevo infilato prima di coricarmi
Ancora in macchina. Nonostante la tragicità del momento ricordo i manichini dei negozi di abbigliamento tutti sdraiati e delle uova di cioccolato che mio padre pescò non so dove.
Questa volta li ha presi nel sonno.
L’orrore allora mi fu accuratamente nascosto.
Questa volta no.
Arrivo qui da Anobii. Di quella sera ricordo la mia vicina, Elia, un'anziana signorina non sposata che frequentava casa nostra. Avevo 14 anni e una nuova tastiera. Lei entrò per vederla. Bella, disse. Fammi sentire qualcosa. Sentire, per modo di dire. Era sorda. Lei poggiava la mano sulla tastiera, era la sua maniera di ascoltarmi. Posò la mano pure quella volta, chiuse gli occhi e disse: - bello. Risposi: - come bello? Non ho ancora iniziato. Era il terremoto. E tutto cominciò a ballare.
Scritto da: ottanta/cento | 04/11/2009 a 14:31
Penso all'esperienza dei miei terremoti del passato e la paura del presente. Sottile,un fondo di malstare. Guardo le carte sul rischio sismico, cerco Padova, ripenso al Friuli,e molto non quadra. Ora le parole se ne vanno inghiottite dalle immagini,da quel dolore senza limiti, molto più importante delle cose. Chi ci sarà tra un mese a ricordarlo?
Scritto da: willy | 04/12/2009 a 01:48
un abbraccio.
Scritto da: zioluc | 04/29/2009 a 18:14